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SULLE MURA

Hanrahan il Rosso on 26 Febbraio 2015 - 23:39 in Il Ciclo di Imdi-Īlum, Il Fuoco Alimentato dal Vento, Poesie di Andrea Fiorini

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho fatto come hai detto,
un bicchiere di cristallo in penombra e la polvere che spazza le mura sotto di me.
Mille e mille chilometri di rocce e strade e non vedo più nemmeno l’orizzonte,
ormai lontane quelle case ruvide e quelle parole così diverse dalle mie
e quegli odori che mi ricordavano sempre di essere altrove.
Se prendo un polso lo spezzo, lo giuro,
e mio nonno, quello sguardo allucinato da savio, ecco, ora sono io
perché ne riconosco la disgustosa verità come un tatuaggio che brucia sulla pelle irritata.
Non ho trovato niente in quel villaggio né nell’altro vuoto,
e pazienza, si fotta quel passato senza carne né sassi e io sono io senza radici.
Alte queste mura non mi proteggono non riesco a uscirne. Riprenderò la strada, mio dio, ma questa volta senza carri dorati né armati di scorta alle merci
e i cenciosi amorrei facciano pure di me uno schiavo o ne ridano lanciandomi ossa succhiate e pezzi di pane.
Perché sono pronto, quasi pronto, a lasciare la città del tempio d’oro e dei grandi dèi armati di spada,
a rinunciare alla protezione furiosa del signore nascosto del sole-con-le-ali
e a camminare sulla polvere,
guardando la polvere,
stanco di cercare il sole nel cielo,
stanco di superare le montagne senza sapere che l’Ombelico era proprio sotto i miei passi.
Benedette volpi, aironi, serpenti, cinture illeggibili,
ditemi voi dove finisce questo sentiero,
se troverò la madre di Wilusa dopo aver sputato sangue e polvere per chilometri
o se il mare stretto tra due terre e poi la pianura del fiume saranno i confini del mio andare.
Tutto questo m’immagino di fare,
ritrovando i primi suoni, i primi segni,
passo dopo passo dopo passo
avvicinandomi a me
tagliando qualche gola, perché no?, strappando occhi e cuori
perché noi, noi siamo fatti così,
e avanzando, sempre avanzando.
Da qui, da questa frenetica altezza,
non vedo nulla nessuno se non rivoltanti banalità e pochi guizzi di sentimento,
ma in fondo basta, basta così, perché questa è la nostra natura.
A pensarci bene, neppure i cammelli che avevo sono sopravvissuti o sono ancora miei,
morti dispersi dal vento o venduti con guadagno.
E di questo rame, cosa ne faccio ora?
Pura zavorra, ricchezza dei poveri.
Bin gar keine Russin e terribili bellezze e fabbri innaturali hanno segnato la strada dell’andata
verso le montagne a nord e poi del ritorno alla capitale sul fiume,
quella nuova,
sacchi colmi scambiati con sacchi pesanti,
una vita rimasta in pochi segni nell’argilla cotta,
memoria di furberie.
Solo l’amore mi tiene,
colla e catena,
solo l’amore per il riflesso tiene insieme i pezzi dello specchio
e mi spiega, pacatamente, che non ho ali,
che le mura sono altissime
(seppur non invincibili, come sapranno poi i Medi e i loro tirapiedi babilonesi),
che per scendere e riprendere il cammino non ho che le scale,
dietro di me.
Per questo resto immobile, qui, all’aria calda,
l’orizzonte che corre incontro bramoso al sole del tramonto,
nel silenzio spezzato dal lontano vociare quieto della sera
e dagli animali della pianura desolata e imbevuta di cadaveri,
là, lontano, da qualche parte.

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