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POESIA COSMISTA – 1

Hanrahan il Rosso on 27 febbraio 2015 - 0:20 in Critica letteraria

Premesse

Il comunismo, in particolare quello sovietico, viene quasi esclusivamente associato ai concetti di laicità e di scienza dell’uomo per l’uomo. Nell’arte, in particolare, il capillare controllo del partito su tutte le manifestazoni artistiche “degenerate” (considerate cioè emanazione della borghesia, giustificazioni dell’oppressione delle classi “parassite” sui lavoratori), da una parte, e l’entusiastica adesione di una nuova generazione di artisti ai nuovi modelli ideali marxiani, marxisti e leninisti, dall’altra, porta a sviluppare filosofie e concetti artistici idealmente al completo servizio di operai e contadini, con intenti didattico-formativi verso il nuovo “verbo rivelato” e verso le nuove possibilità che si dischiudono loro davanti in tutti gli aspetti della vita quotidiana, nel lavoro, nella costruzione di una nuova società socialista, nella famiglia, nel rapporto con i non-comunisti.

L’adesione al Futurismo italiano di alcuni intellettuali russi avviene in era pre-sovietica, a partire dal 1911-12, cioè alcuni anni prima del 1918, anno della Rivoluzione d’Ottobre, negli periodo finale dello zarismo. Nel 1914 Filippo Tommaso Marinetti, estensore del Manifesto Futurista, è in Russia e in pochi anni artisti di tutti i campi aderiscono alla nuova corrente. Tra questi Larionov, Majakovskij, la Goncharova. Il Futurismo russo, pacifista, si estinguerà con la rivoluzione, ma sarà uno dei traghetti della società artistica russa verso le innovazioni europee, in particolare di quelle provenienti da Parigi.
Più longeva del Futurismo, però, è in quegli stessi anni che si sviluppa in Russia la corrente del Costruttivismo, in reazione ai Parnassiani francesi che ricercavano l’arte per l’arte, astratta dal mondo, senza interesse per la realtà o la società. Al contrario, il Costruttivismo di Rodcenko vuole programmaticamente avere un impatto sulla realtà e aiutare la società a crescere; dai primi Anni ’20 trova linfa nel movimento comunista, proletario, bolscevico, e viceversa. I Costruttivisti si mettono al servizio della Rivoluzione, collaborano con i dirigenti del partito, coinvolgono il popolo nella realizzazione delle opere. Questo approccio avrà poi larga diffusione in Germania a partire dagli anni della Repubblica di Weimar.

Il Realismo Socialista – 1934

Lo sviluppo di queste pulsioni all’eliminazione delle barriere tra arte e popolo e alla distruzione dell’intellettuale come categoria sociale e ideale (intesa appunto come categoria distinta dal popolo, separata, distante) , dal 1934 prenderanno infine la forma tanto potente quanto cristallizzata del Realismo Socialista, movimento totalizzante e inizialmente espressione di un interiorizzato e condiviso totalitarismo. Il Partito elimina ogni forma d’arte e di espressione che non sia di esaltazione del comunismo, della suo essere espressione di un popolo produttore, unito, deciso a riprendere il suo posto nella storia, esportatore di civiltà proletaria, rivoluzionaria e rinnovatrice.
Non bisogna però pensare che il Realismo Socialista sia stato un movimento “imposto dall’alto” ed eterodiretto. In realtà, un’intera generazione di artisti, pittori, cineasti, scrittori, poeti, esplose letteralmente al grido del socialismo, avendo vissuto fino ad allora immersi nella sofferenza e nella povertà della servitù della gleba, dei contadini e di un nascente ploretariato industriale senza diritti né opportunità, pur intuendone la potenziale irrefrenabile energia costruttrice, schiacciata sotto il tallone da un retrivo zarismo e da una classe di privilegiati aristocratici e altoborghesi latifondisti. In questa visione – e senza intuire la devastante violenza fisica e ideologica successiva che impervereserà dalla fine del periodo leninista, per tutto il periodo stalinista e fino all’epoca breshneviana – l’entusiasmo nel vedere un intero popolo rialzare la testa, eliminare con un gesto dittatore e lacché e riprendersi la sua dignità dà origine a opere d’arte forti, potenti, cariche di energia, che solo col passare dei decenni diverranno arte a sostegno del potere, formali, impaurite dalle purghe staliniane e dalla repressione, prive di ideali.

Nella visione Occidentale della Guerra Fredda, quindi, il Realismo Socialista è visto quasi sempre come espressione formale della dittatura ideologica del comunismo, ripetitiva, vuota di sostanza.
E, soprattutto, concreta, intrisa di anticlericalismo e di laicismo, in una prospettiva radicalmente scientifica in cui non esiste Dio o un qualunque dio, non vi è nessun aldilà, nessun paradiso o inferno, in cui la religione è solo strumento di oppressione e di potere.
Per cui non stupisce che generalmente il velo – o piuttosto la colata di cemento – del Realismo Sovietico abbia reso ai nostri occhi l’arte sovietico-socialista come totalmente legata alla terra, alla fabbrica, al qui e ora, all’immanenza terrena votata al miglioramento delle condizioni di vita, in questa vita, senza alcun riconoscimento a una inafferrabile trascendenza.

Il Cosmismo

Eppure le cose non stanno proprio così.
Nella Russia zarista prima e nell’Unione Sovietica poi – quindi contemporaeamente alle altre correnti – si delinea un movimento filosofico, culturale e artistico che sembra voler integrare in un’unica visione esoterismo, teismo e scientismo. Una visione che troverà il suo momento di maggior splendore grazie agli studi – prima teorici e poi pratici – sulla missilistica e sui viaggi nello spazio. È il Cosmismo.

(1 – continua)

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