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“IL FUOCO ALIMENTATO DAL VENTO”: UN “CONCEPT POEM”

Hanrahan il Rosso on 27 febbraio 2015 - 0:19 in Il Fuoco Alimentato dal Vento

“Il Fuoco Alimentato dal Vento” è una storia, la storia dell’umanità narrata attraverso quattro grandi tappe che ne scandiscono la progressiva evoluzione. Per questo è classificabile più come un “concept poem” che come una raccolta di poesie, dove questo termine indica appunto un’opera che ha alla base un progetto e una visione unica pur se composta da parti separate.
Un concetto, quello di “concept poem” ripreso dai “concept album” lanciati a partire dagli Anni ’70 da gruppi rock come i Pink Floyd con “The Wall”, dagli Who con “Tommy”, ma anche dai Beatles e da Franco Battiato, per non citarne che alcuni.

Composta tra il 2010 e il 2014, è quindi suddivisa in quattro parti (due raccolte e due componimenti lunghi), ognuna pienamente compiuta ma integrata con le altre:
– Razza Umana
– Il Ciclo di Imdi-Īlum
– Il Secondo Colore Rosso
– Astronave

“Razza Umana” è un breve poema d’ispirazione whitmaniana che affronta l’inquieto ribollire della genesi dal pianeta e degli esseri viventi fino all’avvento dell’uomo.
Il successivo “Ciclo di Imdi-Īlum” è composto da alcune poesie ispirate alla storia antica del Vicino Oriente, liberamente mescolata alle vicende di un mercante paleo-assiro realmente vissuto attorno al 1900 a.C. (e che dà appunto il titolo al ciclo); un’epoca in cui gli assiri avevano costituito in Anatolia alcune cittadelle (karum) in cui vivevano le famiglie dei commercianti che scambiavano merci con la madrepatria, quest’ultima lontana mille chilometri e molti mesi di viaggio in carovana. Di queste famiglie ci è rimasto un ampio epistolario commerciale che stupisce per la sua freschezza e la sua normale quotidianità, anche a distanza di quattro millenni. Di Imdi-Īlum ho immaginato – percepito – la solitudine, il senso di vuoto e di lontananza, e anche in questo caso il tema del ritorno all’origine (e dell’inquietudine che permane anche una volta tornati a casa) è il filo conduttore.
“Il Secondo Colore Rosso” è la raccolta più ampia del libro e, all’interno del concept poem rappresenta la voce dell’uomo contemporaneo, delle sue incertezze e soprattutto del suo continuo oscillare tra difesa e conservazione dell’individualità da una parte, socialità e condivisione dall’altra, entrambe temute e al tempo stesso disperatamente ricercate.
“Astronave”, infine è una sfida e un esperimento. È infatti un lungo racconto di (fanta)scienza in versi, che porta a compimento il viaggio dell’umanità, ultima tappa della sua evoluzione immaginabile, ambientata in un incerto futuro e immerso in un’incerta atmosfera. È ancora una volta un viaggio, un ritorno, forse forzato, verso le cose vere, attraverso uno spazio che non è quello delle stelle metafisiche sognate, ma quello reale della fisica quantistica. Un viaggio in un universo che l’uomo ha ormai piegato ai suoi voleri. Programmaticamente, quindi, in “Astronave” si mescolano poesia, fisica, scienza, fantascienza, archeologia. E tutto, alla fine, torna al punto di origine: quella collina al confine tra Siria e Turchia, Gobekli Tepe, l’Ombelico, sulla cui sommità è stato trovato il monumento megalitico più stupefacente della storia umana.

Il titolo della raccolta prende spunto da una descrizione che fa di se stesso Hanrahan il Rosso, protagonista di un ciclo di racconti del poeta e scrittore irlandese William B. Yeats: “Io sono Hanrahan il Rosso, il vecchio vizioso, il fuoco alimentato dal vento”. Un descrizione che porta con sé l’essenza dell’umanità: l’affermazione della propria individualità, la consapevolezza dell’incapacità di gestire le proprie debolezze e l’inarrestabile forza interiore che spinge sempre avanti a dispetto di ogni ragione e ragionevolezza.

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