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NE SIAMO USCITI

by Hanrahan il Rosso

Da “Il Fuoco Alimentato dal Vento” – Astronave

(…)
Ne siamo usciti
un bagno di sudore
ed enormità inaudite
resti sparsi di antichissime rappresaglie e strenue difese
buio
immense e silenziose navi a vela
sorvegliano i ricordi
lenti vascelli a collettore di Bussard
raccolgono idrogeno
sperando di tornare a casa presto
e noi
sempre alla scoperta di nuovi angoli
di opportunità
guardiamo i parassiti della frattura
oggi eroi e sentinelle
senza riuscire a ritrovare un unico ricordo, in fondo,
della Grande Apertura.
(..)

Da OPERA UMANA (estratto)

by Hanrahan il Rosso

Dalla rubrica di poesia “Hanrahan il Rosso” pubblicata sul sito di Varini Publishing (cortesia dell’editore)

“(…)
Ti guardo l’anima. Ti guardo negli occhi e ti guardo l’anima. Chi viene da Nesager è per questo che viene. Si fa aprire. Piano piano. Cos’è, ti meravigli? Ti meravigli che ti dica il mio nome senza scompormi? Imposto da chi, poi? Oppure ti meravigli che sia in grado di aprirti come una scatoletta?
Del resto, chissenefrega di cosa ci trovo dentro. Ti apro e ti mangio, ti svuoto. Ma è questo che vuoi, no? Ah no? Fammi ridere, dai, dimmi cosa vuoi, dammi un motivo per non abbassare gli occhi, per non riprendere a bere e dimenticarti.
Teu? Teu… ha trovato un buon motivo, devo ammetterlo.
Una cosa mi piace di questo locale, l’odore. È buono, è odore di uomini, di vita che marcisce. Luci fioche come i loro desideri. Sorrido, ti meravigli? Non è un ghigno, il mio. Un po’ di pietà. Ma poca, poca.
Questo angolo, questo tavolo sono miei. Sono una parte di me. Nessuno oserebbe occuparli. Anche perché sono sempre qui, io. È per questo che mi hai trovato così facilmente, no? Se hai chiesto in giro qualcuno sa dov’è Nesager avrai fatto ridere molti. Ma non sono sempre qui per farmi trovare. Anzi. Sono qui per trovare. E trovo. Te, ad esempio.
Teu, hai detto? I miei occhi stanchi e semichiusi dall’alcool ancora lo vedono.
Era molto che non lo vedevo bere così, fino a diventare sincero. Ha sempre parlato molto. Forse ero l’unico che lo ascoltava. Ascoltavo senza guardarlo, cercando di capire il senso. Non sono vecchio, ma ne ho sentite di cose.
In fondo la sua domanda era la stessa: da dove devo partire. Questo voleva sapere.
Mi chiesi se sarebbe tornato. Se l’avrei più rivisto. Ma in fondo non era importante. In questo locale ciò che conta è esserci, non andare o venire.
Voleva ripulirsi, ecco si, voleva partire senza pesi perché il viaggio sembrava lungo e impegnativo.
Ti dirò una cosa, però. Tra me e te. Teu è stato l’unico che ha preso qualcosa da me. Sai, quando ci s’incontra non è come uno scontro tra biglie di ferro, un contatto e un allontanarsi in fretta senza conseguenze. No. È come se ci si staccasse l’un l’altro dei pezzi e li si mangiasse, come se ci si scambiasse dei fluidi o qualche sostanza, insomma, ci si svuota e ci si riempie a vicenda, non so se mi capisci.
Io ho sempre preso. Non do nulla. Ma prendo senza permesso. Tutto quello di cui ho bisogno, tutto quello che voglio. Pochi hanno provato a prendere, pochi ne hanno avuto la voglia o il coraggio. Si leccano ancora le ferite.
Solo Teu ha preso qualcosa, solo Teu mi ha chiesto il permesso. Un tipo delicato, senza spigoli vivi. Aveva bisogno, ha chiesto, ha avuto. Così come te lo dico ora.
Una bella sbronza davvero, però.
Sorrido, anche se non si vede, dentro di me sorrido.
Era questo che volevi sapere? Ora lo sai, e puoi dirlo: qui ha cominciato, da qui è partito. Ma ricordati, sempre che tu sia in grado di farlo, ricordati di questo: ha preso qualcosa e non è più stato lo stesso. Migliore? Peggiore? Non è questo il punto. Ricordalo, questo. Non ti dice nulla? Davvero nulla? Che sciocco, ancora non capisci? Ah, ah… fammi bere ancora, fammi bere…
(…)”

ASTRONAVE (estratto)

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Astronave

“(…)
Ecco la nuova umanità del Decimillennio
schegge di diamante a velocità della luce
pezzi di carne e fibra
testardi e ostinati come macchine ignoranti
capaci di tutto
davvero di tutto
adesso che hanno scacciato il Maitreya
e vivono per millenni.
(…)”

ASTRONAVE (incipit)

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Astronave (incipit)

Quando mi hanno detto
andrai tra le stelle eccetera
mi sono grattato la testa
e ho pensato a mio figlio che mi dice
non c’è bisogno che dici zero zero,
ora capisco.
La faccia di vetro del tizio in grigio
mi diceva che le cose erano terribilmente serie
che non avrei visto i miei cieli azzurri
per molto molto tempo
e la meraviglia che faccia di vetro vide nei miei occhi non era gioia
ma la rivelazione:
se vedi le stelle non vedi il cielo.

Narrami manovratore di come siamo arrivati fin qui
di come noi animali siamo ora corpi sciamanti
come le rocce fredde e calde,
di come gli ammassi devastati dai raggi cosmici sono diventati la nostra casa.
Dimmi, perché io sono vestito così dopo aver compiuto il salto
e sono immemore,
sciagurato,
del volto del mio bambino,
perché questo metallo che mi circonda non è caldo e non è freddo
e perché, per la parte di questo braccio di galassia che hai visto,
andiamo via così veloci e torniamo tanto lentamente?
E perché, infine, quando abbiamo incontrato Dio
lo abbiamo trattato in quel modo?
Non era quello che si meritava, davvero,
in fondo non è stato sempre cattivo con noi.
(…)

SULLE MURA

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho fatto come hai detto,
un bicchiere di cristallo in penombra e la polvere che spazza le mura sotto di me.
Mille e mille chilometri di rocce e strade e non vedo più nemmeno l’orizzonte,
ormai lontane quelle case ruvide e quelle parole così diverse dalle mie
e quegli odori che mi ricordavano sempre di essere altrove.
Se prendo un polso lo spezzo, lo giuro,
e mio nonno, quello sguardo allucinato da savio, ecco, ora sono io
perché ne riconosco la disgustosa verità come un tatuaggio che brucia sulla pelle irritata.
Non ho trovato niente in quel villaggio né nell’altro vuoto,
e pazienza, si fotta quel passato senza carne né sassi e io sono io senza radici.
Alte queste mura non mi proteggono non riesco a uscirne. Riprenderò la strada, mio dio, ma questa volta senza carri dorati né armati di scorta alle merci
e i cenciosi amorrei facciano pure di me uno schiavo o ne ridano lanciandomi ossa succhiate e pezzi di pane.
Perché sono pronto, quasi pronto, a lasciare la città del tempio d’oro e dei grandi dèi armati di spada,
a rinunciare alla protezione furiosa del signore nascosto del sole-con-le-ali
e a camminare sulla polvere,
guardando la polvere,
stanco di cercare il sole nel cielo,
stanco di superare le montagne senza sapere che l’Ombelico era proprio sotto i miei passi.
Benedette volpi, aironi, serpenti, cinture illeggibili,
ditemi voi dove finisce questo sentiero,
se troverò la madre di Wilusa dopo aver sputato sangue e polvere per chilometri
o se il mare stretto tra due terre e poi la pianura del fiume saranno i confini del mio andare.
Tutto questo m’immagino di fare,
ritrovando i primi suoni, i primi segni,
passo dopo passo dopo passo
avvicinandomi a me
tagliando qualche gola, perché no?, strappando occhi e cuori
perché noi, noi siamo fatti così,
e avanzando, sempre avanzando.
Da qui, da questa frenetica altezza,
non vedo nulla nessuno se non rivoltanti banalità e pochi guizzi di sentimento,
ma in fondo basta, basta così, perché questa è la nostra natura.
A pensarci bene, neppure i cammelli che avevo sono sopravvissuti o sono ancora miei,
morti dispersi dal vento o venduti con guadagno.
E di questo rame, cosa ne faccio ora?
Pura zavorra, ricchezza dei poveri.
Bin gar keine Russin e terribili bellezze e fabbri innaturali hanno segnato la strada dell’andata
verso le montagne a nord e poi del ritorno alla capitale sul fiume,
quella nuova,
sacchi colmi scambiati con sacchi pesanti,
una vita rimasta in pochi segni nell’argilla cotta,
memoria di furberie.
Solo l’amore mi tiene,
colla e catena,
solo l’amore per il riflesso tiene insieme i pezzi dello specchio
e mi spiega, pacatamente, che non ho ali,
che le mura sono altissime
(seppur non invincibili, come sapranno poi i Medi e i loro tirapiedi babilonesi),
che per scendere e riprendere il cammino non ho che le scale,
dietro di me.
Per questo resto immobile, qui, all’aria calda,
l’orizzonte che corre incontro bramoso al sole del tramonto,
nel silenzio spezzato dal lontano vociare quieto della sera
e dagli animali della pianura desolata e imbevuta di cadaveri,
là, lontano, da qualche parte.

VIA MARGHERA

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Secondo Colore Rosso

Avrei potuto camminare con voi
essere uno di voi
condividere il silenzio di questa strada
vendere oggetti
preziosi
e con voi
vantarmi dei traguardi raggiunti.
Ho invece sollevato gli occhi dall’asfalto freddo
dimenticato i grandi cristalli
e non ho smesso di camminare
neanche stanotte.
È più facile camminare
che continuare a lottare
vedere i tuoi anni sulla bilancia
pesare i passi
allungare mani disperate
che non ti trattengono
e non invece fermare l’acqua
costruire dighe
riprendere la marcia.
Sarà forse che, uno a uno,
scompaiono i pupazzi
scompaiono le mie ombre
torni tu
puro tu
e una mano in una mano
una nell’altra
e il tuo mondo è lì, finito,
che muove i suoi passi
e che lotta molto
molto più di te
e di quanto potrai mai capire.

QUANTE PAROLE

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Secondo Colore Rosso

Quante parole, scrivevo
quanti puntini e righe nere sulla carta
e l’arte di trasformare il sangue in inchiostro
il cuore in fogli di carta gettati
è una semplice dolorosa farsa
e la strada si divide ogni volta a metà e poi a metà e ancora
la meta si allontana
e ogni volta bianco su bianco
vuoto su vuoto.
Quante parole, scrivevo
frecce su bersagli sempre diversi
sempre in movimento
su treni, scale di sassi, auto al sole
pezzi di lamiera
Ma quali parole poi
quali
giacciono sul fondo, immobili
dimenticate.
E sopra altro
a seppellirle
detriti
tesori.
Pochi passaggi
rapidi colpi di coda e occhi sbarrati
desiderati
desiderati
silenzi.
Finisci, finisci qua!
Finisci qua, adesso!

HO PERSO TUTTO

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho perso tutto.
Nel mio vestito migliore stringo il cuoio sul petto
e sobbalza la sentinella poco distante nel buio
sentendomi ridere
amaro.
Ridiscendo la scala di pietra, giù dalle mura,
esco dalla cittadella seguendo le fiaccole
e trovo questo nuovo popolo
che avevo dimenticato.
Non sento suoni.
Ho perso tutto
e non riesco a spiegarmi
e il mio nome e le mie ricchezze non sono nulla.
Io sono Imlidum, figlio di Shu-Laban,
nipote di Amur-Ili che ha dato vita al commercio tra Assur e Kanesh,
dal grande fiume alla terra delle montagne e delle profonde gole e dei boschi,
e che come mio padre
e come me ora
è tornato a casa dopo anni.
Troni e prigioni ho visto
sabbie, carovane infinite d’animali carichi al sole.
Ho dovuto colpire di mano ferma
e strisciare
per essere quello che sono
per avere quello che ho.
A casa, se questa è casa,
e mio padre non c’è più
mura fredde nel sole cocente
i miei figli rimasti al karum
come mio padre fece con me e suo padre con lui.
Chi porta il nome della dea
e dea è stata
è nebbia nella mia mente
e se qualcuno mi chiedesse dov’è ora
beh, avrei bisogno di tempo
e alla fine sarebbe silenzio.
Ho perso tutto tornando,
alla guida di cento e cento uomini e asini stracarichi
pagati in argento
che trenta volte hanno reso alla vendita,
perché, questa è la verità,
sono tornato per il motivo sbagliato.
Ho chiuso alle spalle una porta
che nessuno può chiudere
e branchi di lupi, i miei lupi,
sani e ringhianti dagli occhi ridenti
mi hanno seguito fin qui
saltando di roccia in roccia
nelle notti del viaggio,
disturbando il sonno di animali e uomini
il mio
ed entrando nella porta di casa.
E se ancora il nome di Imlidum e della sua ascendenza
tengono aperta la strada della rocca
e spingono le sentinelle stanche a un ultimo reverente inchino notturno
se il fruscio di seta e tessuti preziosi
e tintinnio di gioielli
accompagna i miei passi
gli occhi bassi persi nel gioco d’incastro delle pietre del selciato
per stasera che Ishtar mi guardi tutto questo non è nulla
perché finito l’abbraccio famigliare del deserto
e dei lunghi campi regolari tagliati dai canali
varcata la porta della città
sono tornato uomo.

Da RAZZA UMANA (incipit)

by Hanrahan il Rosso

(a Withman, a Pound)

Non c’è razza umana
né animale o essere
arrampicato su questa roccia
In questo momento solo fuoco e fiamme e debole vento
crepitìo e schiocchi
e tremori di terra scura
polvere s’alza e nuvole coprono l’orizzonte che ribolle
particelle
precise
s’aggregano e danno vita
movimento e danza
ma non c’è gioia non tormento o ansia o altre cose umane
solo il sibilo del pianeta nel vuoto
attorno a un calderone di magma nel cielo
in cui idrogeno ed elio festeggiano la loro nascita
ed elettroni fuggono per annunciare l’evento rapidissimi
Grandi spazi da fare spavento
si colmano di punti luminosi
sempre più fitti
e saette tracciano scie luminose d’un battito
e nessun cuore ne palpita
nessun pensiero ne ritrova l’origine per quanto poco possa permettersi
L’ultima cosa nuova a cui siamo giunti
è questa
ed è poco a pensarci
un attimo di visione di luci e colori
un po’ diversi dal solito

Poi dense nubi
e dal cielo dalla roccia da tutto d’intorno
sgorga acqua sporca di vita
la roccia si scioglie
salgono i mari
e s’agitano e brulicano
e questo brulicare mai smesso
s’abbarbica alle rive paludose
risale il fango a trovare le erbe basse e gli arbusti più secchi
s’insedia muore e rivive per ere ed ere
senza una fine, senz’altro motivo che la vita e la morte
che rendere gli atomi a chi li si è presi in un gioco che oscilla
come un punto su una ruota che muove
Non c’è vero amore
nemmeno ora
che volge furioso il vortice
di particelle
sempre nuove
e che forse qualcosa di nuovo non nasce
Lo sguardo vicino
troppo vicino ancora
non dà luce al viso

In ogni modo
si sono alzati
o sono volati
e una tana e un cibo
hanno trovato
In ogni modo sono vissuti e morti
in ogni modo hanno lasciato flebili tracce che altri hanno seguito
o sono svaniti nel nulla profondo per sempre
e non il ricordo li accompagna non l’odore
o l’ultimo sguardo sulla retina
Si scivola su questa palla di roccia
maledettamente si scivola e si rischia di restare indietro
di perdersi per sempre
abbandonati
ma non c’è cattiveria o malizia
mio caro
non c’è volontà
c’è che il punto oscilla solo aggrappato alla ruota
altrimenti si ferma

Si sono alzati, sì
hanno alzato le zampe
poi la testa e le mani
sciamando le terre emerse
con corpi diversi e ossa e crani grandi e piccoli
sputando alle mani sulle pareti
affrontando inverni senza fine
poi finiti nel caldo
steppe infinite
poi finite nelle fresche e verdi foreste
inseguendo pulviscolo e pelli arruffate e sbuffi e grugniti e corna
intrecciando giunchi
modellando vasi di terracotta e gesso e pietra
costruendo lance con punte sempre più dure
e colando metalli dai forni
Ed eccoli sulla meravigliosa collina dell’Ombelico
eccoli in cima ai templi-torre urriti
a disegnare porte finte sulle tombe nel deserto
a costruire la prima città venuti da chissaddove
a raccogliere orzo e altri grani
a rimetterli in terra
a seguire le greggi e poi a guidarle
a costruire case di fango
rotonde e quadrate
E hanno tracciato segni su ossa e cocci d’Europa
poi nelle pianure dei tre fiumi
e infine hanno rimemorato, chiedendosi chi mai egli fosse
immaginando altri soli

Canto la razza umana
così com’è
miscuglio d’individui
soli e insieme
stretti
con menti che vagano tra i pianeti chiusi dentro
e a miliardi d’anni da qui
forza e debolezza
uncini nella terra e mani al sole e al vento
e vento che la porta come granello
e la disfa
mulinelli di molecole nell’aria pura e fresca
nel buio delle caverne umide e buie
nei mari nei laghi nei fiumi freddi e profondi e torbidi e correnti
nelle dure montagne di sasso, su a migliaia di metri
nelle pianure placide di filari d’alberi quieti e strade dritte e infinite
nelle isole
ovunque come polvere
i suoi granelli si siano posati in silenzio

Canto la razza umana
canto il suo corpo
il suo sangue che fluisce e cola sull’asfalto
la sua carne ch’attrae, si lacera e polvere torna
i suoi occhi di luce, vuoti eppure violenti
le sue mani tormentate dalle vene, le unghie mangiate
gli anelli e i bracciali
i palmi caldi
le dita diverse, una per una
le braccia, tagliate a volte, a volte solide o magre
che decenni sostengono e poi piccoli mesi e anni
e sacchi della spesa e spazzatura e morti e fucili e torte
Canto le spalle, forti di alcuni, deboli e stanche d’altri
le schiene curve e bastonate, dritte e sicure
i petti ampi e pance e cosce e sessi
e muscolose gambe che portano lontano e piedi
e caviglie a cui la terra aggrappa le sue mani
Uccellini fragili nelle mani del tempo
ossa sottili che si spezzano
schiacciate e martoriate innocenti
come innocenti sono le cose del mondo
(…)