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QUANTE PAROLE

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Secondo Colore Rosso

Quante parole, scrivevo
quanti puntini e righe nere sulla carta
e l’arte di trasformare il sangue in inchiostro
il cuore in fogli di carta gettati
è una semplice dolorosa farsa
e la strada si divide ogni volta a metà e poi a metà e ancora
la meta si allontana
e ogni volta bianco su bianco
vuoto su vuoto.
Quante parole, scrivevo
frecce su bersagli sempre diversi
sempre in movimento
su treni, scale di sassi, auto al sole
pezzi di lamiera
Ma quali parole poi
quali
giacciono sul fondo, immobili
dimenticate.
E sopra altro
a seppellirle
detriti
tesori.
Pochi passaggi
rapidi colpi di coda e occhi sbarrati
desiderati
desiderati
silenzi.
Finisci, finisci qua!
Finisci qua, adesso!

HO PERSO TUTTO

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho perso tutto.
Nel mio vestito migliore stringo il cuoio sul petto
e sobbalza la sentinella poco distante nel buio
sentendomi ridere
amaro.
Ridiscendo la scala di pietra, giù dalle mura,
esco dalla cittadella seguendo le fiaccole
e trovo questo nuovo popolo
che avevo dimenticato.
Non sento suoni.
Ho perso tutto
e non riesco a spiegarmi
e il mio nome e le mie ricchezze non sono nulla.
Io sono Imlidum, figlio di Shu-Laban,
nipote di Amur-Ili che ha dato vita al commercio tra Assur e Kanesh,
dal grande fiume alla terra delle montagne e delle profonde gole e dei boschi,
e che come mio padre
e come me ora
è tornato a casa dopo anni.
Troni e prigioni ho visto
sabbie, carovane infinite d’animali carichi al sole.
Ho dovuto colpire di mano ferma
e strisciare
per essere quello che sono
per avere quello che ho.
A casa, se questa è casa,
e mio padre non c’è più
mura fredde nel sole cocente
i miei figli rimasti al karum
come mio padre fece con me e suo padre con lui.
Chi porta il nome della dea
e dea è stata
è nebbia nella mia mente
e se qualcuno mi chiedesse dov’è ora
beh, avrei bisogno di tempo
e alla fine sarebbe silenzio.
Ho perso tutto tornando,
alla guida di cento e cento uomini e asini stracarichi
pagati in argento
che trenta volte hanno reso alla vendita,
perché, questa è la verità,
sono tornato per il motivo sbagliato.
Ho chiuso alle spalle una porta
che nessuno può chiudere
e branchi di lupi, i miei lupi,
sani e ringhianti dagli occhi ridenti
mi hanno seguito fin qui
saltando di roccia in roccia
nelle notti del viaggio,
disturbando il sonno di animali e uomini
il mio
ed entrando nella porta di casa.
E se ancora il nome di Imlidum e della sua ascendenza
tengono aperta la strada della rocca
e spingono le sentinelle stanche a un ultimo reverente inchino notturno
se il fruscio di seta e tessuti preziosi
e tintinnio di gioielli
accompagna i miei passi
gli occhi bassi persi nel gioco d’incastro delle pietre del selciato
per stasera che Ishtar mi guardi tutto questo non è nulla
perché finito l’abbraccio famigliare del deserto
e dei lunghi campi regolari tagliati dai canali
varcata la porta della città
sono tornato uomo.

Da RAZZA UMANA (incipit)

by Hanrahan il Rosso

(a Withman, a Pound)

Non c’è razza umana
né animale o essere
arrampicato su questa roccia
In questo momento solo fuoco e fiamme e debole vento
crepitìo e schiocchi
e tremori di terra scura
polvere s’alza e nuvole coprono l’orizzonte che ribolle
particelle
precise
s’aggregano e danno vita
movimento e danza
ma non c’è gioia non tormento o ansia o altre cose umane
solo il sibilo del pianeta nel vuoto
attorno a un calderone di magma nel cielo
in cui idrogeno ed elio festeggiano la loro nascita
ed elettroni fuggono per annunciare l’evento rapidissimi
Grandi spazi da fare spavento
si colmano di punti luminosi
sempre più fitti
e saette tracciano scie luminose d’un battito
e nessun cuore ne palpita
nessun pensiero ne ritrova l’origine per quanto poco possa permettersi
L’ultima cosa nuova a cui siamo giunti
è questa
ed è poco a pensarci
un attimo di visione di luci e colori
un po’ diversi dal solito

Poi dense nubi
e dal cielo dalla roccia da tutto d’intorno
sgorga acqua sporca di vita
la roccia si scioglie
salgono i mari
e s’agitano e brulicano
e questo brulicare mai smesso
s’abbarbica alle rive paludose
risale il fango a trovare le erbe basse e gli arbusti più secchi
s’insedia muore e rivive per ere ed ere
senza una fine, senz’altro motivo che la vita e la morte
che rendere gli atomi a chi li si è presi in un gioco che oscilla
come un punto su una ruota che muove
Non c’è vero amore
nemmeno ora
che volge furioso il vortice
di particelle
sempre nuove
e che forse qualcosa di nuovo non nasce
Lo sguardo vicino
troppo vicino ancora
non dà luce al viso

In ogni modo
si sono alzati
o sono volati
e una tana e un cibo
hanno trovato
In ogni modo sono vissuti e morti
in ogni modo hanno lasciato flebili tracce che altri hanno seguito
o sono svaniti nel nulla profondo per sempre
e non il ricordo li accompagna non l’odore
o l’ultimo sguardo sulla retina
Si scivola su questa palla di roccia
maledettamente si scivola e si rischia di restare indietro
di perdersi per sempre
abbandonati
ma non c’è cattiveria o malizia
mio caro
non c’è volontà
c’è che il punto oscilla solo aggrappato alla ruota
altrimenti si ferma

Si sono alzati, sì
hanno alzato le zampe
poi la testa e le mani
sciamando le terre emerse
con corpi diversi e ossa e crani grandi e piccoli
sputando alle mani sulle pareti
affrontando inverni senza fine
poi finiti nel caldo
steppe infinite
poi finite nelle fresche e verdi foreste
inseguendo pulviscolo e pelli arruffate e sbuffi e grugniti e corna
intrecciando giunchi
modellando vasi di terracotta e gesso e pietra
costruendo lance con punte sempre più dure
e colando metalli dai forni
Ed eccoli sulla meravigliosa collina dell’Ombelico
eccoli in cima ai templi-torre urriti
a disegnare porte finte sulle tombe nel deserto
a costruire la prima città venuti da chissaddove
a raccogliere orzo e altri grani
a rimetterli in terra
a seguire le greggi e poi a guidarle
a costruire case di fango
rotonde e quadrate
E hanno tracciato segni su ossa e cocci d’Europa
poi nelle pianure dei tre fiumi
e infine hanno rimemorato, chiedendosi chi mai egli fosse
immaginando altri soli

Canto la razza umana
così com’è
miscuglio d’individui
soli e insieme
stretti
con menti che vagano tra i pianeti chiusi dentro
e a miliardi d’anni da qui
forza e debolezza
uncini nella terra e mani al sole e al vento
e vento che la porta come granello
e la disfa
mulinelli di molecole nell’aria pura e fresca
nel buio delle caverne umide e buie
nei mari nei laghi nei fiumi freddi e profondi e torbidi e correnti
nelle dure montagne di sasso, su a migliaia di metri
nelle pianure placide di filari d’alberi quieti e strade dritte e infinite
nelle isole
ovunque come polvere
i suoi granelli si siano posati in silenzio

Canto la razza umana
canto il suo corpo
il suo sangue che fluisce e cola sull’asfalto
la sua carne ch’attrae, si lacera e polvere torna
i suoi occhi di luce, vuoti eppure violenti
le sue mani tormentate dalle vene, le unghie mangiate
gli anelli e i bracciali
i palmi caldi
le dita diverse, una per una
le braccia, tagliate a volte, a volte solide o magre
che decenni sostengono e poi piccoli mesi e anni
e sacchi della spesa e spazzatura e morti e fucili e torte
Canto le spalle, forti di alcuni, deboli e stanche d’altri
le schiene curve e bastonate, dritte e sicure
i petti ampi e pance e cosce e sessi
e muscolose gambe che portano lontano e piedi
e caviglie a cui la terra aggrappa le sue mani
Uccellini fragili nelle mani del tempo
ossa sottili che si spezzano
schiacciate e martoriate innocenti
come innocenti sono le cose del mondo
(…)