/ Category / Il Fuoco Alimentato dal Vento

Recensione del libro “Il Fuoco Alimentato dal Vento” di Literary.it

by Hanrahan il Rosso

Il Fuoco Alimentato dal Vento
Recensione di Luciano Nanni – Literary.it

Poesia. In poesia anche un dettaglio è significativo. Per esempio, la mancanza del punto alla fine di un testo. Difatti, nella prima della quattro parti di cui si compone il volume (Razza Umana) tale assenza potrebbe indicare che il testo è “forse incompiuto” (a volte l’ispirazione non lascia spazio alle certezze). L’aspetto generale ci mostra una poetica fluente, discorsiva, quasi prosastica, non prosaica — conviene tener divisi i due termini. Per cui il verso può esser breve o dilatarsi fino a una vera e propria prosa poetica: ciò nasce dalla scansione, che segue il senso e il tempo (ritmo) con valore psicologico o costruttivo. Si ponga attenzione all’aggettivazione: “che avrebbe dischiuso brividi e tante infinite piccole gioie” (Occhi azzurri di pietra, parte II). Nei contenuti è ripresa una mitica a-temporalità che cerca di ricostruire l’interna realtà apparentemente estinta nel suo presente, ma riflessa oltre l’atto iniziale. L’iconografia ci parla, ed è ora spirito che risorge in altra dimensione trasmettendo la poiesi in virtù di un concetto evocativo.

http://www.literary.it/dati/literary/nanni2/il_fuoco_alimentato_dal_vento.html

LA PROFEZIA DI IMDI-ILUM

by Hanrahan il Rosso

Toglietevi dai piedi giovani stupidi
via dal fuoco
le vostre risate insulse per sciocchezze e i vostri dar di gomito
e dire i vecchi, guarda lì
per poi non dormirci la notte
e raccontare anni dopo,
non avessi visto mille volte,
via via! polli tutti uguali in uno sbatter di penne bianche
via di qui
da questo fuoco
da queste ceneri
che il mio bastone ara
con sapienza caldea. 

Continua a leggere…

OCCHI AZZURRI DI PIETRA

by Hanrahan il Rosso

http://www.poetipoesia.info/nuovi-poeti/occhi-azzurri-di-pietra/

ASTRONAVE

by Hanrahan il Rosso

Da “Il Fuoco Alimentato dal Vento” – Astronave

(…)
Vi abbraccio
poso a terra la mia arma
i miei simboli
i miei comunicatori che non vibrano più.
Vi abbraccio
e sento le vostre mani e il vento e il caldo dei due soli alti sull’orizzonte
tenetemi con voi, trattenetemi
perché un giorno
un giorno vicino
tenterò di scappare
getterò uno sguardo breve oltre la finestra,
leggerò nella macchina di un posto che,
qualcuno mi dirà una cosa,
un granello di sabbia si poserà sulla mia mano
e mondi si sposteranno
e galassie ricominceranno a ruotare
nella mia mente.
Ma ora
ora riporto con me tutto ciò che ho conosciuto
e sono radici profonde.

Così disse colui che scrutò i confini dell’Universo.

“IL FUOCO ALIMENTATO DAL VENTO”: UN “CONCEPT POEM”

by Hanrahan il Rosso

“Il Fuoco Alimentato dal Vento” è una storia, la storia dell’umanità narrata attraverso quattro grandi tappe che ne scandiscono la progressiva evoluzione. Per questo è classificabile più come un “concept poem” che come una raccolta di poesie, dove questo termine indica appunto un’opera che ha alla base un progetto e una visione unica pur se composta da parti separate.
Un concetto, quello di “concept poem” ripreso dai “concept album” lanciati a partire dagli Anni ’70 da gruppi rock come i Pink Floyd con “The Wall”, dagli Who con “Tommy”, ma anche dai Beatles e da Franco Battiato, per non citarne che alcuni.

Composta tra il 2010 e il 2014, è quindi suddivisa in quattro parti (due raccolte e due componimenti lunghi), ognuna pienamente compiuta ma integrata con le altre:
– Razza Umana
– Il Ciclo di Imdi-Īlum
– Il Secondo Colore Rosso
– Astronave

“Razza Umana” è un breve poema d’ispirazione whitmaniana che affronta l’inquieto ribollire della genesi dal pianeta e degli esseri viventi fino all’avvento dell’uomo.
Il successivo “Ciclo di Imdi-Īlum” è composto da alcune poesie ispirate alla storia antica del Vicino Oriente, liberamente mescolata alle vicende di un mercante paleo-assiro realmente vissuto attorno al 1900 a.C. (e che dà appunto il titolo al ciclo); un’epoca in cui gli assiri avevano costituito in Anatolia alcune cittadelle (karum) in cui vivevano le famiglie dei commercianti che scambiavano merci con la madrepatria, quest’ultima lontana mille chilometri e molti mesi di viaggio in carovana. Di queste famiglie ci è rimasto un ampio epistolario commerciale che stupisce per la sua freschezza e la sua normale quotidianità, anche a distanza di quattro millenni. Di Imdi-Īlum ho immaginato – percepito – la solitudine, il senso di vuoto e di lontananza, e anche in questo caso il tema del ritorno all’origine (e dell’inquietudine che permane anche una volta tornati a casa) è il filo conduttore.
“Il Secondo Colore Rosso” è la raccolta più ampia del libro e, all’interno del concept poem rappresenta la voce dell’uomo contemporaneo, delle sue incertezze e soprattutto del suo continuo oscillare tra difesa e conservazione dell’individualità da una parte, socialità e condivisione dall’altra, entrambe temute e al tempo stesso disperatamente ricercate.
“Astronave”, infine è una sfida e un esperimento. È infatti un lungo racconto di (fanta)scienza in versi, che porta a compimento il viaggio dell’umanità, ultima tappa della sua evoluzione immaginabile, ambientata in un incerto futuro e immerso in un’incerta atmosfera. È ancora una volta un viaggio, un ritorno, forse forzato, verso le cose vere, attraverso uno spazio che non è quello delle stelle metafisiche sognate, ma quello reale della fisica quantistica. Un viaggio in un universo che l’uomo ha ormai piegato ai suoi voleri. Programmaticamente, quindi, in “Astronave” si mescolano poesia, fisica, scienza, fantascienza, archeologia. E tutto, alla fine, torna al punto di origine: quella collina al confine tra Siria e Turchia, Gobekli Tepe, l’Ombelico, sulla cui sommità è stato trovato il monumento megalitico più stupefacente della storia umana.

Il titolo della raccolta prende spunto da una descrizione che fa di se stesso Hanrahan il Rosso, protagonista di un ciclo di racconti del poeta e scrittore irlandese William B. Yeats: “Io sono Hanrahan il Rosso, il vecchio vizioso, il fuoco alimentato dal vento”. Un descrizione che porta con sé l’essenza dell’umanità: l’affermazione della propria individualità, la consapevolezza dell’incapacità di gestire le proprie debolezze e l’inarrestabile forza interiore che spinge sempre avanti a dispetto di ogni ragione e ragionevolezza.

NE SIAMO USCITI

by Hanrahan il Rosso

Da “Il Fuoco Alimentato dal Vento” – Astronave

(…)
Ne siamo usciti
un bagno di sudore
ed enormità inaudite
resti sparsi di antichissime rappresaglie e strenue difese
buio
immense e silenziose navi a vela
sorvegliano i ricordi
lenti vascelli a collettore di Bussard
raccolgono idrogeno
sperando di tornare a casa presto
e noi
sempre alla scoperta di nuovi angoli
di opportunità
guardiamo i parassiti della frattura
oggi eroi e sentinelle
senza riuscire a ritrovare un unico ricordo, in fondo,
della Grande Apertura.
(..)

ASTRONAVE (estratto)

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Astronave

“(…)
Ecco la nuova umanità del Decimillennio
schegge di diamante a velocità della luce
pezzi di carne e fibra
testardi e ostinati come macchine ignoranti
capaci di tutto
davvero di tutto
adesso che hanno scacciato il Maitreya
e vivono per millenni.
(…)”

ASTRONAVE (incipit)

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Astronave (incipit)

Quando mi hanno detto
andrai tra le stelle eccetera
mi sono grattato la testa
e ho pensato a mio figlio che mi dice
non c’è bisogno che dici zero zero,
ora capisco.
La faccia di vetro del tizio in grigio
mi diceva che le cose erano terribilmente serie
che non avrei visto i miei cieli azzurri
per molto molto tempo
e la meraviglia che faccia di vetro vide nei miei occhi non era gioia
ma la rivelazione:
se vedi le stelle non vedi il cielo.

Narrami manovratore di come siamo arrivati fin qui
di come noi animali siamo ora corpi sciamanti
come le rocce fredde e calde,
di come gli ammassi devastati dai raggi cosmici sono diventati la nostra casa.
Dimmi, perché io sono vestito così dopo aver compiuto il salto
e sono immemore,
sciagurato,
del volto del mio bambino,
perché questo metallo che mi circonda non è caldo e non è freddo
e perché, per la parte di questo braccio di galassia che hai visto,
andiamo via così veloci e torniamo tanto lentamente?
E perché, infine, quando abbiamo incontrato Dio
lo abbiamo trattato in quel modo?
Non era quello che si meritava, davvero,
in fondo non è stato sempre cattivo con noi.
(…)

SULLE MURA

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho fatto come hai detto,
un bicchiere di cristallo in penombra e la polvere che spazza le mura sotto di me.
Mille e mille chilometri di rocce e strade e non vedo più nemmeno l’orizzonte,
ormai lontane quelle case ruvide e quelle parole così diverse dalle mie
e quegli odori che mi ricordavano sempre di essere altrove.
Se prendo un polso lo spezzo, lo giuro,
e mio nonno, quello sguardo allucinato da savio, ecco, ora sono io
perché ne riconosco la disgustosa verità come un tatuaggio che brucia sulla pelle irritata.
Non ho trovato niente in quel villaggio né nell’altro vuoto,
e pazienza, si fotta quel passato senza carne né sassi e io sono io senza radici.
Alte queste mura non mi proteggono non riesco a uscirne. Riprenderò la strada, mio dio, ma questa volta senza carri dorati né armati di scorta alle merci
e i cenciosi amorrei facciano pure di me uno schiavo o ne ridano lanciandomi ossa succhiate e pezzi di pane.
Perché sono pronto, quasi pronto, a lasciare la città del tempio d’oro e dei grandi dèi armati di spada,
a rinunciare alla protezione furiosa del signore nascosto del sole-con-le-ali
e a camminare sulla polvere,
guardando la polvere,
stanco di cercare il sole nel cielo,
stanco di superare le montagne senza sapere che l’Ombelico era proprio sotto i miei passi.
Benedette volpi, aironi, serpenti, cinture illeggibili,
ditemi voi dove finisce questo sentiero,
se troverò la madre di Wilusa dopo aver sputato sangue e polvere per chilometri
o se il mare stretto tra due terre e poi la pianura del fiume saranno i confini del mio andare.
Tutto questo m’immagino di fare,
ritrovando i primi suoni, i primi segni,
passo dopo passo dopo passo
avvicinandomi a me
tagliando qualche gola, perché no?, strappando occhi e cuori
perché noi, noi siamo fatti così,
e avanzando, sempre avanzando.
Da qui, da questa frenetica altezza,
non vedo nulla nessuno se non rivoltanti banalità e pochi guizzi di sentimento,
ma in fondo basta, basta così, perché questa è la nostra natura.
A pensarci bene, neppure i cammelli che avevo sono sopravvissuti o sono ancora miei,
morti dispersi dal vento o venduti con guadagno.
E di questo rame, cosa ne faccio ora?
Pura zavorra, ricchezza dei poveri.
Bin gar keine Russin e terribili bellezze e fabbri innaturali hanno segnato la strada dell’andata
verso le montagne a nord e poi del ritorno alla capitale sul fiume,
quella nuova,
sacchi colmi scambiati con sacchi pesanti,
una vita rimasta in pochi segni nell’argilla cotta,
memoria di furberie.
Solo l’amore mi tiene,
colla e catena,
solo l’amore per il riflesso tiene insieme i pezzi dello specchio
e mi spiega, pacatamente, che non ho ali,
che le mura sono altissime
(seppur non invincibili, come sapranno poi i Medi e i loro tirapiedi babilonesi),
che per scendere e riprendere il cammino non ho che le scale,
dietro di me.
Per questo resto immobile, qui, all’aria calda,
l’orizzonte che corre incontro bramoso al sole del tramonto,
nel silenzio spezzato dal lontano vociare quieto della sera
e dagli animali della pianura desolata e imbevuta di cadaveri,
là, lontano, da qualche parte.

VIA MARGHERA

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Secondo Colore Rosso

Avrei potuto camminare con voi
essere uno di voi
condividere il silenzio di questa strada
vendere oggetti
preziosi
e con voi
vantarmi dei traguardi raggiunti.
Ho invece sollevato gli occhi dall’asfalto freddo
dimenticato i grandi cristalli
e non ho smesso di camminare
neanche stanotte.
È più facile camminare
che continuare a lottare
vedere i tuoi anni sulla bilancia
pesare i passi
allungare mani disperate
che non ti trattengono
e non invece fermare l’acqua
costruire dighe
riprendere la marcia.
Sarà forse che, uno a uno,
scompaiono i pupazzi
scompaiono le mie ombre
torni tu
puro tu
e una mano in una mano
una nell’altra
e il tuo mondo è lì, finito,
che muove i suoi passi
e che lotta molto
molto più di te
e di quanto potrai mai capire.