/ Category / Il Ciclo di Imdi-Īlum

LA PROFEZIA DI IMDI-ILUM

by Hanrahan il Rosso

Toglietevi dai piedi giovani stupidi
via dal fuoco
le vostre risate insulse per sciocchezze e i vostri dar di gomito
e dire i vecchi, guarda lì
per poi non dormirci la notte
e raccontare anni dopo,
non avessi visto mille volte,
via via! polli tutti uguali in uno sbatter di penne bianche
via di qui
da questo fuoco
da queste ceneri
che il mio bastone ara
con sapienza caldea. 

Continua a leggere…

OCCHI AZZURRI DI PIETRA

by Hanrahan il Rosso

http://www.poetipoesia.info/nuovi-poeti/occhi-azzurri-di-pietra/

SULLE MURA

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho fatto come hai detto,
un bicchiere di cristallo in penombra e la polvere che spazza le mura sotto di me.
Mille e mille chilometri di rocce e strade e non vedo più nemmeno l’orizzonte,
ormai lontane quelle case ruvide e quelle parole così diverse dalle mie
e quegli odori che mi ricordavano sempre di essere altrove.
Se prendo un polso lo spezzo, lo giuro,
e mio nonno, quello sguardo allucinato da savio, ecco, ora sono io
perché ne riconosco la disgustosa verità come un tatuaggio che brucia sulla pelle irritata.
Non ho trovato niente in quel villaggio né nell’altro vuoto,
e pazienza, si fotta quel passato senza carne né sassi e io sono io senza radici.
Alte queste mura non mi proteggono non riesco a uscirne. Riprenderò la strada, mio dio, ma questa volta senza carri dorati né armati di scorta alle merci
e i cenciosi amorrei facciano pure di me uno schiavo o ne ridano lanciandomi ossa succhiate e pezzi di pane.
Perché sono pronto, quasi pronto, a lasciare la città del tempio d’oro e dei grandi dèi armati di spada,
a rinunciare alla protezione furiosa del signore nascosto del sole-con-le-ali
e a camminare sulla polvere,
guardando la polvere,
stanco di cercare il sole nel cielo,
stanco di superare le montagne senza sapere che l’Ombelico era proprio sotto i miei passi.
Benedette volpi, aironi, serpenti, cinture illeggibili,
ditemi voi dove finisce questo sentiero,
se troverò la madre di Wilusa dopo aver sputato sangue e polvere per chilometri
o se il mare stretto tra due terre e poi la pianura del fiume saranno i confini del mio andare.
Tutto questo m’immagino di fare,
ritrovando i primi suoni, i primi segni,
passo dopo passo dopo passo
avvicinandomi a me
tagliando qualche gola, perché no?, strappando occhi e cuori
perché noi, noi siamo fatti così,
e avanzando, sempre avanzando.
Da qui, da questa frenetica altezza,
non vedo nulla nessuno se non rivoltanti banalità e pochi guizzi di sentimento,
ma in fondo basta, basta così, perché questa è la nostra natura.
A pensarci bene, neppure i cammelli che avevo sono sopravvissuti o sono ancora miei,
morti dispersi dal vento o venduti con guadagno.
E di questo rame, cosa ne faccio ora?
Pura zavorra, ricchezza dei poveri.
Bin gar keine Russin e terribili bellezze e fabbri innaturali hanno segnato la strada dell’andata
verso le montagne a nord e poi del ritorno alla capitale sul fiume,
quella nuova,
sacchi colmi scambiati con sacchi pesanti,
una vita rimasta in pochi segni nell’argilla cotta,
memoria di furberie.
Solo l’amore mi tiene,
colla e catena,
solo l’amore per il riflesso tiene insieme i pezzi dello specchio
e mi spiega, pacatamente, che non ho ali,
che le mura sono altissime
(seppur non invincibili, come sapranno poi i Medi e i loro tirapiedi babilonesi),
che per scendere e riprendere il cammino non ho che le scale,
dietro di me.
Per questo resto immobile, qui, all’aria calda,
l’orizzonte che corre incontro bramoso al sole del tramonto,
nel silenzio spezzato dal lontano vociare quieto della sera
e dagli animali della pianura desolata e imbevuta di cadaveri,
là, lontano, da qualche parte.

HO PERSO TUTTO

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho perso tutto.
Nel mio vestito migliore stringo il cuoio sul petto
e sobbalza la sentinella poco distante nel buio
sentendomi ridere
amaro.
Ridiscendo la scala di pietra, giù dalle mura,
esco dalla cittadella seguendo le fiaccole
e trovo questo nuovo popolo
che avevo dimenticato.
Non sento suoni.
Ho perso tutto
e non riesco a spiegarmi
e il mio nome e le mie ricchezze non sono nulla.
Io sono Imlidum, figlio di Shu-Laban,
nipote di Amur-Ili che ha dato vita al commercio tra Assur e Kanesh,
dal grande fiume alla terra delle montagne e delle profonde gole e dei boschi,
e che come mio padre
e come me ora
è tornato a casa dopo anni.
Troni e prigioni ho visto
sabbie, carovane infinite d’animali carichi al sole.
Ho dovuto colpire di mano ferma
e strisciare
per essere quello che sono
per avere quello che ho.
A casa, se questa è casa,
e mio padre non c’è più
mura fredde nel sole cocente
i miei figli rimasti al karum
come mio padre fece con me e suo padre con lui.
Chi porta il nome della dea
e dea è stata
è nebbia nella mia mente
e se qualcuno mi chiedesse dov’è ora
beh, avrei bisogno di tempo
e alla fine sarebbe silenzio.
Ho perso tutto tornando,
alla guida di cento e cento uomini e asini stracarichi
pagati in argento
che trenta volte hanno reso alla vendita,
perché, questa è la verità,
sono tornato per il motivo sbagliato.
Ho chiuso alle spalle una porta
che nessuno può chiudere
e branchi di lupi, i miei lupi,
sani e ringhianti dagli occhi ridenti
mi hanno seguito fin qui
saltando di roccia in roccia
nelle notti del viaggio,
disturbando il sonno di animali e uomini
il mio
ed entrando nella porta di casa.
E se ancora il nome di Imlidum e della sua ascendenza
tengono aperta la strada della rocca
e spingono le sentinelle stanche a un ultimo reverente inchino notturno
se il fruscio di seta e tessuti preziosi
e tintinnio di gioielli
accompagna i miei passi
gli occhi bassi persi nel gioco d’incastro delle pietre del selciato
per stasera che Ishtar mi guardi tutto questo non è nulla
perché finito l’abbraccio famigliare del deserto
e dei lunghi campi regolari tagliati dai canali
varcata la porta della città
sono tornato uomo.