/ Month / Febbraio

VIA MARGHERA

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Secondo Colore Rosso

Avrei potuto camminare con voi
essere uno di voi
condividere il silenzio di questa strada
vendere oggetti
preziosi
e con voi
vantarmi dei traguardi raggiunti.
Ho invece sollevato gli occhi dall’asfalto freddo
dimenticato i grandi cristalli
e non ho smesso di camminare
neanche stanotte.
È più facile camminare
che continuare a lottare
vedere i tuoi anni sulla bilancia
pesare i passi
allungare mani disperate
che non ti trattengono
e non invece fermare l’acqua
costruire dighe
riprendere la marcia.
Sarà forse che, uno a uno,
scompaiono i pupazzi
scompaiono le mie ombre
torni tu
puro tu
e una mano in una mano
una nell’altra
e il tuo mondo è lì, finito,
che muove i suoi passi
e che lotta molto
molto più di te
e di quanto potrai mai capire.

QUANTE PAROLE

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Secondo Colore Rosso

Quante parole, scrivevo
quanti puntini e righe nere sulla carta
e l’arte di trasformare il sangue in inchiostro
il cuore in fogli di carta gettati
è una semplice dolorosa farsa
e la strada si divide ogni volta a metà e poi a metà e ancora
la meta si allontana
e ogni volta bianco su bianco
vuoto su vuoto.
Quante parole, scrivevo
frecce su bersagli sempre diversi
sempre in movimento
su treni, scale di sassi, auto al sole
pezzi di lamiera
Ma quali parole poi
quali
giacciono sul fondo, immobili
dimenticate.
E sopra altro
a seppellirle
detriti
tesori.
Pochi passaggi
rapidi colpi di coda e occhi sbarrati
desiderati
desiderati
silenzi.
Finisci, finisci qua!
Finisci qua, adesso!

HO PERSO TUTTO

by Hanrahan il Rosso

Da Il Fuoco Alimentato dal Vento – Il Ciclo di Imdi-Ilum

Ho perso tutto.
Nel mio vestito migliore stringo il cuoio sul petto
e sobbalza la sentinella poco distante nel buio
sentendomi ridere
amaro.
Ridiscendo la scala di pietra, giù dalle mura,
esco dalla cittadella seguendo le fiaccole
e trovo questo nuovo popolo
che avevo dimenticato.
Non sento suoni.
Ho perso tutto
e non riesco a spiegarmi
e il mio nome e le mie ricchezze non sono nulla.
Io sono Imlidum, figlio di Shu-Laban,
nipote di Amur-Ili che ha dato vita al commercio tra Assur e Kanesh,
dal grande fiume alla terra delle montagne e delle profonde gole e dei boschi,
e che come mio padre
e come me ora
è tornato a casa dopo anni.
Troni e prigioni ho visto
sabbie, carovane infinite d’animali carichi al sole.
Ho dovuto colpire di mano ferma
e strisciare
per essere quello che sono
per avere quello che ho.
A casa, se questa è casa,
e mio padre non c’è più
mura fredde nel sole cocente
i miei figli rimasti al karum
come mio padre fece con me e suo padre con lui.
Chi porta il nome della dea
e dea è stata
è nebbia nella mia mente
e se qualcuno mi chiedesse dov’è ora
beh, avrei bisogno di tempo
e alla fine sarebbe silenzio.
Ho perso tutto tornando,
alla guida di cento e cento uomini e asini stracarichi
pagati in argento
che trenta volte hanno reso alla vendita,
perché, questa è la verità,
sono tornato per il motivo sbagliato.
Ho chiuso alle spalle una porta
che nessuno può chiudere
e branchi di lupi, i miei lupi,
sani e ringhianti dagli occhi ridenti
mi hanno seguito fin qui
saltando di roccia in roccia
nelle notti del viaggio,
disturbando il sonno di animali e uomini
il mio
ed entrando nella porta di casa.
E se ancora il nome di Imlidum e della sua ascendenza
tengono aperta la strada della rocca
e spingono le sentinelle stanche a un ultimo reverente inchino notturno
se il fruscio di seta e tessuti preziosi
e tintinnio di gioielli
accompagna i miei passi
gli occhi bassi persi nel gioco d’incastro delle pietre del selciato
per stasera che Ishtar mi guardi tutto questo non è nulla
perché finito l’abbraccio famigliare del deserto
e dei lunghi campi regolari tagliati dai canali
varcata la porta della città
sono tornato uomo.

Da RAZZA UMANA (incipit)

by Hanrahan il Rosso

(a Withman, a Pound)

Non c’è razza umana
né animale o essere
arrampicato su questa roccia
In questo momento solo fuoco e fiamme e debole vento
crepitìo e schiocchi
e tremori di terra scura
polvere s’alza e nuvole coprono l’orizzonte che ribolle
particelle
precise
s’aggregano e danno vita
movimento e danza
ma non c’è gioia non tormento o ansia o altre cose umane
solo il sibilo del pianeta nel vuoto
attorno a un calderone di magma nel cielo
in cui idrogeno ed elio festeggiano la loro nascita
ed elettroni fuggono per annunciare l’evento rapidissimi
Grandi spazi da fare spavento
si colmano di punti luminosi
sempre più fitti
e saette tracciano scie luminose d’un battito
e nessun cuore ne palpita
nessun pensiero ne ritrova l’origine per quanto poco possa permettersi
L’ultima cosa nuova a cui siamo giunti
è questa
ed è poco a pensarci
un attimo di visione di luci e colori
un po’ diversi dal solito

Poi dense nubi
e dal cielo dalla roccia da tutto d’intorno
sgorga acqua sporca di vita
la roccia si scioglie
salgono i mari
e s’agitano e brulicano
e questo brulicare mai smesso
s’abbarbica alle rive paludose
risale il fango a trovare le erbe basse e gli arbusti più secchi
s’insedia muore e rivive per ere ed ere
senza una fine, senz’altro motivo che la vita e la morte
che rendere gli atomi a chi li si è presi in un gioco che oscilla
come un punto su una ruota che muove
Non c’è vero amore
nemmeno ora
che volge furioso il vortice
di particelle
sempre nuove
e che forse qualcosa di nuovo non nasce
Lo sguardo vicino
troppo vicino ancora
non dà luce al viso

In ogni modo
si sono alzati
o sono volati
e una tana e un cibo
hanno trovato
In ogni modo sono vissuti e morti
in ogni modo hanno lasciato flebili tracce che altri hanno seguito
o sono svaniti nel nulla profondo per sempre
e non il ricordo li accompagna non l’odore
o l’ultimo sguardo sulla retina
Si scivola su questa palla di roccia
maledettamente si scivola e si rischia di restare indietro
di perdersi per sempre
abbandonati
ma non c’è cattiveria o malizia
mio caro
non c’è volontà
c’è che il punto oscilla solo aggrappato alla ruota
altrimenti si ferma

Si sono alzati, sì
hanno alzato le zampe
poi la testa e le mani
sciamando le terre emerse
con corpi diversi e ossa e crani grandi e piccoli
sputando alle mani sulle pareti
affrontando inverni senza fine
poi finiti nel caldo
steppe infinite
poi finite nelle fresche e verdi foreste
inseguendo pulviscolo e pelli arruffate e sbuffi e grugniti e corna
intrecciando giunchi
modellando vasi di terracotta e gesso e pietra
costruendo lance con punte sempre più dure
e colando metalli dai forni
Ed eccoli sulla meravigliosa collina dell’Ombelico
eccoli in cima ai templi-torre urriti
a disegnare porte finte sulle tombe nel deserto
a costruire la prima città venuti da chissaddove
a raccogliere orzo e altri grani
a rimetterli in terra
a seguire le greggi e poi a guidarle
a costruire case di fango
rotonde e quadrate
E hanno tracciato segni su ossa e cocci d’Europa
poi nelle pianure dei tre fiumi
e infine hanno rimemorato, chiedendosi chi mai egli fosse
immaginando altri soli

Canto la razza umana
così com’è
miscuglio d’individui
soli e insieme
stretti
con menti che vagano tra i pianeti chiusi dentro
e a miliardi d’anni da qui
forza e debolezza
uncini nella terra e mani al sole e al vento
e vento che la porta come granello
e la disfa
mulinelli di molecole nell’aria pura e fresca
nel buio delle caverne umide e buie
nei mari nei laghi nei fiumi freddi e profondi e torbidi e correnti
nelle dure montagne di sasso, su a migliaia di metri
nelle pianure placide di filari d’alberi quieti e strade dritte e infinite
nelle isole
ovunque come polvere
i suoi granelli si siano posati in silenzio

Canto la razza umana
canto il suo corpo
il suo sangue che fluisce e cola sull’asfalto
la sua carne ch’attrae, si lacera e polvere torna
i suoi occhi di luce, vuoti eppure violenti
le sue mani tormentate dalle vene, le unghie mangiate
gli anelli e i bracciali
i palmi caldi
le dita diverse, una per una
le braccia, tagliate a volte, a volte solide o magre
che decenni sostengono e poi piccoli mesi e anni
e sacchi della spesa e spazzatura e morti e fucili e torte
Canto le spalle, forti di alcuni, deboli e stanche d’altri
le schiene curve e bastonate, dritte e sicure
i petti ampi e pance e cosce e sessi
e muscolose gambe che portano lontano e piedi
e caviglie a cui la terra aggrappa le sue mani
Uccellini fragili nelle mani del tempo
ossa sottili che si spezzano
schiacciate e martoriate innocenti
come innocenti sono le cose del mondo
(…)

EUGEN GOMRINGER E LA POESIA CONCRETA

by Hanrahan il Rosso

Dalla rubrica di poesia “Hanrahan il Rosso” pubblicata sul sito di Varini Publishing (cortesia dell’editore)

Ancora il Brasile. Ma non è una considerazione sul ritorno degli Emergenti, questa, quanto più sulla spinta innovatrice della Periferia, quella con la P maiuscola, da cui sempre, nella storia, arrivano gli stravolgimenti più inaspettati, le forze più fresche, le intelligenze più curiose. Il Centro, il Cuore, tende a chiudersi su se stesso, a sguazzare nei propri successi e nelle proprie regole, e a un certo punto smette di immaginare, di svilupparsi, di creare cose nuove. E la Periferia, dopo un tempo di fascinazione e di imitazione, riprende le strade sue proprie, segue le sue correnti interne, “per dire cose vecchie con un vestito nuovo” direbbe Guccini, e dando vita inaspettatamente a un nuovo modo di vedere le cose che, inevitabilmente, finisce per contaminare anche il Centro.
Il Brasile è così. Dopo essere stato uno dei motori del Modernismo letterario sudamericano (iniziato dal nicaraguense Rubén Darío nel 1888) con la “Semana de Arte Moderna” (Settimana di Arte Moderna) del 1922 a San Paolo, che fece scoprire al mondo (forse un po’ distratto) la potenza innovatrice della poesia lusitano-iberica dell’emisfero Australe, torna ad essere protagonista alla fine degli Anni ’50 e per tutti gli Anni ’60 con il movimento della Poesia Concreta.
Il movimento viene creato, promosso, ideato da uno svizzero-boliviano, Eugen Gomringer (1925-vivente), che funge da ponte tra la cultura tedesca e quella sudamericana grazie al fatto di essere nato in una piccola ma ricca città amazzonica, Cachuela Esperanza, fondata da un industriale boliviano (“il re della gomma”) come luogo di villeggiatura esclusivo per ricchi.
Il primo mattone del movimento concretista è la raccolta di Gomringen “Costellazioni” (“konstellationen constellations constelaciones”) del 1953. Già nel titolo originale si scorge il carattere principale del concretismo, l’internazionalismo, ma anche l’abbandono da parte di Eugen del termine “poesia” a favore di quello di “costellazione”.
Nel giro di pochi anni, infatti, “comunità” concretiste nascono in tutto il mondo, dando un forte segnale che il momento era fecondo, che la Poesia Concreta era ormai un necessità. La pubblicità, i media, lo strutturalismo in linguistica, le arti visuali, xxxxxxxxxx , tutte queste correnti devono trovare uno sfogo e al tempo stesso una sintesi. E per molti artisti questa sintesi è la Poesia Concreta, punto di partenza che porterà, insieme ad altri, alle attuali arti tecnologiche e multimediali per la sua attenzione al supporto e alle componenti del testo (lettere, parole, grafica, spazio) piuttosto che al contenuto in sé.
Quasi contemporanei di Gomringen sono i poeti brasiliani Decio Pignatari, i fratelli Augusto e Haroldo de Campos (fondatori del gruppo Noigandres ), Ronaldo Azeredo, José Lino Grünewald, oltre agli europei di lingua tedesca Gomringer, Franz Mon, Gerhard Rühm, Max Bense, Claus Bremer e l’italiano Carlo Belloli, ma anche lo scozzese Ian Finlay, il giapponese Yasuo Fujitomi, il francese Pierre Garnier, il messicano Mathias Goeritz, lo scrittore e uomo politico cecoslovacco Václav Havel e tanti altri, di cui resta meritevole traccia nel numero unico monografico della rivista “Modulo”, pubblicata nel 1967 dal poeta italiano Arrigo Lora Totino e oggi considerata la prima e una delle migliori antologie in circolazione di Poesia Concreta (scaricabile per intero qui: www.archiviomauriziospatola.com), oltre che essere un vero e proprio manifesto teorico del concretismo.

Ma quali sono i caratteri salienti della Poesia Concreta? La filosofia che la supporta è complessa e verbosa, ma il senso è che il testo viene considerato e smembrato nelle sue componenti, che diventano mattoni con cui costruire un meta-linguaggio nuovo, anche attraverso la statistica e la matematica. La poesia non deve essere letta come una poesia classica, riga per riga, parola per parola, ma la disposizione nello spazio di lettere, parole e segni, e l’eventuale assenza di essi, sono il canale di comunicazione attraverso cui dovrebbe giungere il messaggio poetico. Tra gli altri, il richiamo al metodo ideogrammatico di Ezra Pound, l’accostamenti di segni diversi e non legati per dare vita a un messaggio inedito che emerga dalla combinazione.
“Si tratta di una poesia che non riproduce il senso semantico ed il senso estetico dei suoi elementi (…) ma gioca su nessi visivi e di superficie”, scrive Max Bense su “Modulo”. Ciò che conta, quindi, è “l’intreccio di questi elementi nella percezione”. La parola scritta non porta solo un contenuto ma veicola messaggi figurati.
Un po’ come accade nella pubblicità, da cui questo tipo di poesia è influenzata e che influenzerà massicciamente.
Ma se, secondo Gomringer, le lingue parlate si semplificano progressivamente per giungere alla massima concisione e semplicità, la poesia non ne risente, perché “concentrazione e semplicità sono l’anima della poesia” e lingua e poesia “oggi si alimentano scambievolmente”. “Il nuovo poema dunque – sottolinea – si presenta nella sua totalità e nelle sue singole parti come una scrittura semplice e dominabile a prima vista. Diviene oggetto visivo, pratico: pensiero oggettivato – gioco del pensiero”. E come oggetto visivo, ecco entrare in campo la costellazione: “La costellazione – scrive ancora Gomringer – è il più semplice modello visivo di poesia costruita sulla parola: comprende un gruppo di parole come una costellazione un gruppo di stelle”. ”Con la costellazione qualcosa è introdotto nel mondo. Essa è una realtà in se stessa e non un poema che parla di… La costellazione è un mezzo di pressione”.
La nuova poesia è quindi un “oggetto di uso”, concreta.

Il mondo concretista e i suoi sviluppi sono ricchissimi di suggestioni. Per trovarne qualche esperienza visuale basta andare su Google e inserire “poesia concreta” in “immagini”, ma per comprendere i motivi delle scelte grafico-visuali la lettura di “Modulo”, per quanto ostica, è necessaria.

DEREK WALCOTT, IL POETA DELLE ISOLE

by Hanrahan il Rosso

Premio Nobel per la letteratura 1993, autore di «Oméros», «Mappa del Nuovo Mondo» e «La goletta Flight».
(stralci dall’intervista di Dino Messina, 11 dicembre 2008, Corriere.it
http://lanostrastoria.corriere.it/…/derek-walcott-i-caraibi…)

Dalla rubrica di poesia “Hanrahan il Rosso” pubblicata sul sito di Varini Publishing (cortesia dell’editore)

«Il mio poema non è soltanto un omaggio al poeta dal mare, ma al mare stesso e agli uomini che con quell’ elemento per generazioni si sono confrontati, quotidianamente. Ma il coraggio, la forza, le imprese dei miei pescatori caraibici non sono inferiori a quelle degli eroi omerici. Non ho studiato a scuola né l’ Iliade né l’Odissea, ma da ragazzo conoscevo, come tutti, i personaggi e le leggende omeriche. E da adulto ho scritto il tributo che ogni poeta occidentale deve al padre di tutti noi. Da scrittore cresciuto nell’ arcipelago caraibico le dico che l’ elemento comune con la Grecia antica è la presenza del mare. È il mare il nostro testo comune. Tutte le avventure, i pericoli, le storie di pirati qui vengono dal mare, non dalla terra. Il mare che non custodisce statue e monumenti come la terra, ma è la storia stessa.

È stato scritto, anche a proposito della sua opera, che la poesia epica è l’ espressione delle nazioni allo stato nascente.

«Nei Caraibi ogni isola ha una storia diversa, una diversa leggenda legata al mare. Il nostro inizio è comune e terribile, la schiavitù, non può essere racchiuso in una placida favoletta. Sono appena rientrato da un giro attraverso quattro isole, Dominica, Martinica, Santo Domingo, Guadalupe, la distanza media tra una terra e l’ altra è irrisoria, 23 miglia. Però ogni isola è diversa dall’ altra, la Martinica per esempio è un dipartimento francese, Saint Lucia è indipendente».

Eppure lei ha parlato di nazione caraibica.

«Sì, a livello emotivo è un’ espressione vera, da Cuba a Trinidad in questo senso siamo una sola nazione, ma restano grandi differenze storiche e politiche. Veniamo quasi tutti dall’ Africa, qualcuno dall’ India. Gli aborigeni furono sterminati dagli europei e così ci troviamo a essere padroni in una terra che non è nostra. Viviamo in una sorta di esilio permanente».

Più di una volta ha invece dichiarato il suo debito per Dante Alighieri. Il suo «Oméros» è un poema in terzine.

«Assieme a Omero, Dante è il padre di tutta la letteratura occidentale, inclusa la caraibica. Poi per Oméros non volevo usare uno stile vittoriano. Mi occorreva una fluidità quasi prosaica. Il mio tributo a Dante, il più chiaro fra i poeti, è nel ritmo».

Tra gli italiani, quali altri poeti ama?

«Sicuramente Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo. Ma ogni scrittore viene influenzato da tutti gli autori che ha letto durante la sua vita».

PAURA DEL RINNOVAMENTO

by Hanrahan il Rosso

“Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera”.
La terra desolata
T.S. Eliott -1922

“Mi rattrista l’aprile futuro
e compiango le potenti foreste condannate
a rinnovarsi ogni anno all’infinito.
Perché da innumerevoli migliaia d’anni
sono le stesse messi e identici fiori
Sfociati ed appassiti, invariabilmente…”
Tristezza di settembre
Ephraim Mikhael -1888

Sintesi delle caratteristiche e degli autori del MODERNISMO LETTERARIO LATINO-AMERICANO

by Hanrahan il Rosso

(FONTE: http://it.wikipedia.org/…/Modernismo_%28letteratura_ispanoa… )

A partire dal tardo XIX secolo, nella letteratura latinoamericana, emerse un movimento modernista, che avviò un rinnovamento radicale nel linguaggio poetico e della metrica, e il cui testo fondamentale è considerato Azul (1888) del poeta nicaraguense Rubén Darío[4]. Questo fu il primo movimento letterario latinoamericano ad avere qualche influenza fuori dalla regione culturale d’origine e fu anche il primo movimento realmente latinoamericano, visto che le differenze nazionali cominciavano a non costituire più un problema. Per esempio José Martí, un patriota cubano, che visse in Messico e scrisse per i giornali argentini. Nel 1900 l’uruguayano José Enrique Rodó scrisse l’opera-manifesto che favorì il risveglio culturale di tutta la regione: Ariel. Discepoli di Darío possono essere considerati il messicano Amado Nervo e soprattutto l’argentino Leopoldo Lugones, di rara erudizione linguistica [5].

Un altro importante esponente della vanguardia poetica è il peruviano César Vallejo (Santiago de Chuco, 1892-Parigi 1938), che scrisse Los Heraldos Negros nel 1918, trattando la sofferenza universale degli esseri umani, e Trilce nel 1922, il quale ha un linguaggio poetico molto personale. Anche se il modernismo in se stesso è visto spesso come un movimento estetizzante e antipolitico, alcuni suoi esponenti, e tra essi Martì e i peruviani Manuel González Prada e José Carlos Mariátegui, si distinsero per un’aspra critica nei confronti della società contemporanea e dell’ordine sociale, specialmente per quel che riguardava il trattamento delle popolazioni indigene. Negli anni venti si sviluppò un movimento cosiddetto di «indigenismo», cioè dedicato a rappresentare la cultura degli indigeni e le ingiustizie che questi avevano subito a causa della colonizzazione. Parte di questo movimento sono, per esempio, il peruviano José María Arguedas e la messicana Rosario Castellanos.

Un intellettuale come il messicano Alfonso Reyes (1899-1959) fu riferimento per diverse generazioni , da Octavio Paz a Borges.

L’argentino Jorge Luis Borges, negli anni venti, inventò quello che è quasi un altro genere rispetto al modernismo, fatto di corti racconti filosofici e allegorici, pieno di erudizione e senso dell’umorismo, quasi un’anticipazione della narrativa post-moderna. Ben presto Borges diventò il più importante e più conosciuto scrittore latinoamericano. Nello stesso periodo Roberto Arlt creò uno stile molto differente, più vicino alla cultura di massa e alla letteratura popolare, riflettendo i fenomeni di urbanizzazione e di immigrazione dall’Europa che stavano cambiando la società del Cono sud. Figure importanti in questo periodo sono il narratore brasiliano Machado de Assis che con i suoi romanzi e racconti brevi, ironici e basati sull’introspezione psicologica, introdusse tematiche completamente nuove nella prosa brasiliana, ma anche i poeti Oswald de Andrade, il cui Manifesto Antropófago esaltava la natura meticcia della cultura brasiliana, e Carlos Drummond de Andrade. La rivoluzione messicana ha ispirato molti romanzi, come Los de abajo di Mariano Azuela, un’opera impegnata, influenzata dal realismo socialista che diventò il punto di riferimento per la letteratura messicana per diversi anni. Nel 1940 il romanziere messicano Juan Rulfo e il guatemalteco Miguel Ángel Asturias sarebbero stati i precursori del cosiddetto periodo del Boom, la cui caratteristica principale era lo stile del realismo magico.

Nella sua Antología de la poesía modernista, Angel Crespo include nel movimento: i messicani Manuel Gutiérrez Nájera, Salvador Díaz Mirón, Luis Gonzaga Urbina, Amado Nervo ed Enrique González Martínez; i colombiani José Asunción Silva, Guillermo Valencia, Porfirio Barba-Jacob; i cubani José Martí e Julián del Casal; gli argentini Leopoldo Díaz e Leopoldo Lugones; gli uruguaiani Julio Herrera y Reissig e Delmira Agustini; il nicaraguense Rubén Darío; il peruviano José Santos Chocano; il boliviano Ricardo Jaimes Freyre.

SUL MODERNISMO LETTERARIO

by Hanrahan il Rosso

di Edward Mozejko (trad. di F. Muzzioli e F. Ricci)

(…)
Mi sembra che si possano individuare quattro aree culturali in cui il termine è usato in un senso più estensivo e generalizzato:
1) “die Moderne”, concetto creato e sviluppato nella tradizione letteraria tedesca e adottato con qualche modifica nei paesi dell’Europa centrale e in parte di quella orientale; fu usato per la prima volta da Bahr come titolo del giornale Die Moderne e nel suo libro Zur Kritik der Moderne (1891). Il termine venne a significare una mistura (un aggregato) di alcuni modi di sentire, vaghi, contraddittori ma più spesso pessimistici, espressi dagli scritti decadenti, simbolisti e impressionisti.
2) “modernismo” latino-americano e spagnolo, che sorse un decennio prima del tedesco “Modernismus” (ho in mente soprattutto i suoi rami latino-americani); rappresentò una reazione contro la monotonia del naturalismo e divenne uno strumento di ricerca per il rinnovamento della letteratura, a liberarla dall’influenza unilaterale della madrepatria spagnola con una più ampia apertura verso le altre correnti artistiche europee, in particolare quelle della letteratura francese. Nel suo finale stadio spagnolo (conosciuto anche come la “generazione del 98”) il “modernismo” si sviluppò in un estremo individualismo accoppiato a quei tempi con una davvero radicale protesta sociale venata di nichilismo.8
3) la terza accezione del “modernismo”, come periodo di lunga durata nell’arte e nella letteratura del Novecento, proviene dall’esperienza anglo-americana che ebbe luogo negli anni tra il 1910 e il 1940 (talvolta la cesura finale è spostata al 1945 o 1950).
4) in questo caso il “modernismo” è collegato non tanto a una specificità culturale, quanto a una visione-del-mondo ispirata all’ideologia marxista che sostiene la tesi di una natura dualistica dell’arte del Novecento, individuata nel contrasto e nell’opposizione continui tra due complessive attitudini artistiche — il realismo e il modernismo. Lukács9 fu il fondamentale esponente di questo tipo di approccio, che trovò il suo riconoscimento ufficiale e la sua istituzionalizzazione in Unione Sovietica, dove il termine “modernismo” fu ridotto a un concetto negativo e sotto questa etichetta venne riassunto ogni possibile “ismo”, quale manifestazione della cultura borghese decadente.10 Così il termine divenne parte di una neolingua, un coacervo lessicale senza precisi confini semantici, privo di significato e usato come bersaglio di propaganda ideologica. Vale la pena di aggiungere che anche nella Russia pre-rivoluzionaria (e poi, più tardi, nell’emigrazione) molti importanti scrittori nutrirono un’opinione piuttosto sfavorevole a proposito del “modernismo”: Blok, per esempio, rimase convinto che esso fosse un innesto artificialmente trapiantato sul suolo russo, alieno dalla sua cultura nazionale.
(…)

Credere nei segni, credere negli strumenti e nelle stelle

by Hanrahan il Rosso

Dalla rubrica di poesia “Hanrahan il Rosso” pubblicata sul sito di Varini Publishing (cortesia dell’editore)

“Noi vogliamo luce, aria, ventilatori, aeroplani, richieste dei lavoratori, idealismo, motori, ciminiere di fabbriche, sangue, velocità, sogno nella nostra Arte”. No, non è il manifesto del Futurismo, ma qualcosa che gli si avvicina molto.
Sono le parole scritte all’inizio degli anni Venti da Menotti Del Picchia, poeta brasiliano che, insieme a pochi altri giovani rivoluzionari (in senso letterario), portò scompiglio nel sonnecchioso e periferico mondo accademico del suo Paese organizzando e partecipando attivamente alla famosa “Semana de Arte Moderna” (Settimana dell’Arte Moderna) di San Paolo. In un caldo febbraio del 1922 (nell’emisfero australe le stagioni sono invertite) tre seminari dedicati rispettivamente a pittura e scultura, letteratura e poesia, e filosofia tracciarono una nuova via destinata in brevissimo tempo a sovvertire l’intero quadro poetico-letterario del grande Paese, in cui ancora oggi si concentra la metà della produzione libraria del Sud America. In forte ritardo rispetto al modernismo sudamericano di lingua spagnola nato negli ultimi anni dell’Ottocento, alla Semana presero parte, oltre a del Pichia, Graça Aranha (vera anima dell’evento), Mário e Oswald de Andrade, Víctor Brecheret, Anita Malfatti e Guilherme de Almeida, per non citare che i poeti. Fu un momento di liberazione dagli schemi, di recupero della libertà creativa, di anelito internazionale, della cui portata tutti gli artisti erano consapevoli ben prima di parteciparvi. Scrive Mário de Andrade: “Saremo bellissimi! Insultatissimi. Famosissimi. Avremo i nostri nomi immortalati sui giornali e nella storia dell’arte brasiliana”. Dalle sue radici la Semana vedrà spuntare, tra gli altri, il cosiddetto “Movimento degli Antropofagi”, emerso dalla mente creativa di Oswald de Andrade e dal suo “Manifesto Atropofago”, in cui rivendicava la necessità di divorare tutto quanto la realtà presenta per interiorizzarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo, senza schemi precostituiti. “Eliminiamo le idee e le altre paralisi. Attraverso le mappe. Credere nei segni, credere negli strumenti e nelle stelle”, scrive Oswald. E il Manifesto reca la data del “Anno 374 dalla deglutizione del Vescovo Sardinha”, episodio reale della storia brasiliana avvenuto nel 1554 nel quale indios Caeté mangiarono l’alto prelato.
Un episodio fondamentale, quello della Semana, che ha un’origine e uno sviluppo strettamente legati alla storia. Nel 1922, infatti, il mondo era uscito da pochi anni dalla Prima Guerra Mondiale e lo scontro (che in Sud America è spesso definito “la Guerra Civile Europea”) interruppe o comunque indebolì fortemente i legami culturali con il Portogallo. Ciò accese i sentimenti nazionalisti – si parla dei modernisti come anti-europei – e spinse gli intellettuali a prendere coscienza dell’originalità della loro cultura, della loro lingua (parzialmente diversa ormai da quella della madrepatria portoghese), delle loro storia. Nasce dunque qui, si potrebbe dire, la letteratura brasiliana moderna, poco nota in Europa ma che nel continente latino-americano avrà un impatto determinante. Effetti del nuovo corso letterario-poetico-filosofico furono la riscoperta della lingua parlata al di là dell’Atlantico a partire proprio da Mário de Andrade, che la descrisse come “fabulosissima lingua brasileira”, e da Menotti Del Picchia, che la esaltò come “ágil, acrobática, sonora, rica e fidalga”. Ma il nazionalismo portò con sé anche frutti ben più succosi, visti in ottica contemporanea: esaltando la propria storia i brasiliani “moderni” riscoprono e rivalutano le popolazioni indigene, ricca fonte di diversità rispetto all’Europa e di culture artistiche tutte da esplorare. Prende le mosse da qui, da questi anni, un movimento di protezione e salvaguardia degli indios (il cosiddetto “nativismo”) che, ben lungi da aver posto fine alle sofferenze degli amerindi, ha comunque svolto un importante compito di protezione.